A cuore freddo.

20 Mag

Avevo cominciato a scrivere l’ennesima puntata triste della mia storia personale, seguendo quello che è il fisiologico bisogno di parlarne con qualcuno, ma anche e soprattutto con me.
Mettersi per iscritto e rileggersi è infatti, anche a distanza di tempo, un forte incentivo a capirsi.

Avrei parlato delle scelte, dei cambiamenti, del desiderio di stravolgere la mia vita.
Della causa di tutto questo, naturalmente.
Di come il suo punto di vista, la sua opinione di me – anche se del tutto distorta e incongruente, anche se frutto di preconcetti sbagliati, anche se completamente fuori da ogni logica di buon senso – di come la sua opinione, dicevo, ad un certo punto contasse più della mia.

Ne avrei veramente parlato, con il tono malinconico di chi cerca conforto e appiglio in ogni piccola cosa, per tirarsi fuori dalla valle di commiserazione in cui si autoimmerge quotidianamente.

Lo avreste letto, se non fosse che, mentre scrivevo, si è accesa la luce rossa del “che cazzo stai facendo!?”.

La spia di emergenza in verità aveva già lampeggiato, a intermittenza.
Penso, ad esempio, al giorno dello scudetto della mia Juventus, quando le immagini della festa scorrevano sullo schermo a partita ancora in corso, ma tutti i miei pensieri avevano imboccato la tangenziale direzione Sorrento, Amalfi, o dovunque sarei dovuto andare durante quel maledetto fine settimana.
Oppure, basta guardare il mio naso storcersi tutte le volte che sento nominare Napoli o Milano, quasi fosse una colpa di chi ne parla, della sua scarsa attenzione e poca delicatezza per una questione che non solo non conosce, ma della quale, con tutta probabilità, non gli importerebbe una beata minchia.

Le spie si accendevano, dunque.
Ma destavano la stessa preoccupazione della macchina che va in riserva: sai che c’è bisogno di benzina, l’alternativa a rifornire è usarla più di rado.

La luce rossa, fissa, indica qualcosa di decisamente più serio.
Un guasto.
O meglio, una disfunzione; perchè più che qualcosa di rotto, si tratta di difficoltà che sorgono in determinate condizioni.

Cuore e testa, nel caso particolare, sono vasi comunicanti: appena il flusso tra i due si interrompe, o accenna a diminuire, facendo prevalere l’una o l’altra attività, possiamo tecnicamente parlare di guai.
E infatti, un approccio a prevalenza razionale causa il più delle volte noia, disinteresse e insoddisfazione. Uno a prevalenza emotiva ha gli stessi identici effetti, ma sull’altra persona.
Il famoso equilibrio, che spesso si tira in ballo nelle teorie dei rapporti di coppia, in realtà non esiste.
O meglio, lo si può considerare solo come la media di alti e bassi di un’intera relazione, come una tendenza generale alla stabilità.

Non sempre si può fare un bilancio.
A volte il poco tempo, le circostanze o le scelte mettono la parola fine dopo alcune pagine, lette magari anche di fretta e controvoglia.

Come comportarsi, allora?
A cuore freddo, è la risposta, senza alternative.
Lasciando scivolare sul metallo dell’indifferenza ogni delusione.
Congelando paure e desideri, piaceri e debolezze.

Facendo pagare alle emozioni il caro prezzo della sofferenza.

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Vietato innamorarsi

25 Apr

C’era.

Il tuo sorriso contagioso.
Il modo in cui mi rimproveravi quando volevi evitare di stancarti di me.
Il suono del mio nome quando lo ripeti.
Il tuo corpo, il suo scivolare tra le mie dita quando facevamo l’amore.
Stare con te, sopra di te, dentro di te.
Osservare la tua schiena appena sveglio, il percorso delle nostre mani tra le lenzuola, il modo in cui si cercavano, si trovavano e si abbracciavano.

C’erano i tuoi morsi che, riportandomi a terra, mi ricordavano che non solo era tutto vero, ma stava accadendo proprio a me.

C’erano molte altre cose, che io non vorrei già ricordare più e invece mi faranno compagnia per un po’.

Per ricordarmi che farsi prendere la mano è più che opportuno, innamorarsi dannatamente vietato.

Elio

10 Mar

Cinque lunghissimi anni.
Dubbi, paure, errori, e tutto quanto è servito per arrivare qui, ora e in questo stato.
Osservandolo adesso, da questa prospettiva, è stato un percorso naturale, quasi a tappe obbligate, in cui non credo di aver fatto nulla di più di quello che dovevo.
Mi trovo qui a pensare a tutto questo tempo in cui, ancorato saldamente al suolo, mi sono sentito incapace di provare sensazioni autentiche. Una disabitudine totale, fatta di passi brevi e incerti lungo il confine della disabilità sentimentale.

Ora, non dico proprio volare, ma almeno staccarmi da terra, di tanto in tanto, mi riesce. L’effetto è del tipo lunare-spaziale- antigravitazionale.

Non mi fa sentire del tutto a mio agio, se devo essere sincero.
L’abitudine al controllo della propria vita, una stabilità di qualche tipo quale obiettivo dichiarato e (in parte) raggiunto, non dovrebbero lasciare spazio a esitazioni di alcun genere.
Eppure sembro essere l’epicentro di scosse emozionali, costanti e ravvicinate, neanche fossi un modellino in scala umana di una qualche spiegazione tecnico-scientifica di tettonica delle placche.

Ci penso e non mi sembra vero.
Che uno possa investire i migliori anni ad elaborare piani strategici e vie d’uscita per situazioni di pericolo improbabili, per poi farsi abbattere dal più banale degli sgambetti.
Che i piani A, B e C siano andati a farsi fottere proprio a causa della circostanza che avevi escluso.
Che aver riempito in ogni istante i polmoni e il cuore e il cervello di piombo fuso, per ottenere un peso specifico sufficiente a sopportarsi ed ancorarsi, non sia servito, e ti scopri anzi imbottito d’elio, per chissà quale fottuta reazione chimica.

In balia dei tuoi stessi venti ed eventi, verso altezze che fino a poco fa erano sottratte (perfino) all’immaginazione e che, per questo, ti fanno sentire inadeguato, non protetto, esposto.

Forse, mi viene da pensare, bisognerebbe avere l’accortezza di stendere, sulla propria condizione di felicità, un leggero velo di tristezza, per nascondere al mondo la sensazione che tutto questo, insieme e adesso, sia davvero troppo.

Per togliersi dalla testa l’idea che, una volta arrivati lassù, le cose non abbiano davvero più spazio e ossigeno per migliorare.

Selezione all’ingresso

16 Feb

Parliamoci chiaro.
Non esercito arbitrariamente il rito dei pregiudizi, quando conosco qualcuno.

Ancor meno credo di aver individuato dei criteri di scelta affidabili.
Anzi, mi ritrovo a pensare delle sciocchezze indicibili. Ad esempio che lei no, non va bene, perchè il nome e cognome che porta, se accostati ai miei, non producono un suono armonioso e non avrebbero un impatto visivo soddisfacente sugli inviti.  E quindi, che ci stai a fare con una che non suona come tua moglie, mi chiedo. Da analisi proprio.

Capita anche che cominci a classificare donne a caso, a seconda delle scarpe che portano, o per i capelli tagliati male, la parlata un po’ troppo coatta, smozzicata o aggressiva. A volte prendo le misure: considerando i tacchi potrebbe essere troppo alta, ma oserei dire che non mi farebbe piacere vederglieli addosso un giorno sì e l’altro pure?!

Diciamoci la verità, è solo un esercizio di stile il mio, niente di serio.
La sostanza è ben altra cosa.
Mi è stata fatta notare una certa retorica nell’affermare che “non so quello che voglio, ma conosco benissimo quello che non voglio”; trovatemi voi una frase che esprima meglio il concetto.
Solo io ritengo inutile snocciolare la serie di pregi di cui la (s)fortunata dovrebbe dotarsi, prima di trovarmi a metà dell’elenco con la sensazione di descrivere qualcosa di innaturale e inesistente? Senza contare che trovo un tantino presuntuoso andarsene in giro per il mondo con un calco di donna tre le mani e la convinzione di trovare il viso che vi si incastra.

Molto più sensato escludere categoricamente alcuni aspetti (insopportabili), classificarne altri come valutabili e, per il resto, lasciarsi cadere addosso ogni possibilità.

L’ impressione è che le persone si meraviglino o restino deluse con troppa naturalezza, facilità. Non riescono a focalizzare la vera magia: che qualcosa stia accadendo esattamente come l’avevi immaginata.

Perché poi arriva l’amore, dicono, e a tutto questo non ci pensi più.

Tra me e me.

2 Feb

Se non fosse per il numero, sarebbe un compleanno come gli altri.
Certo, 30 fa pensare.
Ma non lo considero affatto un pretesto per darmi un nuovo slancio, per cambiare, o per lasciarmi indietro qualcosa di spiacevole, come spesso capita.
Niente di tutto questo.

Lo registro come un passaggio, sereno ed obbligato, verso un periodo che dovrebbe regalarmi una realizzazione di qualche tipo sotto svariati punti di vista, siano essi di carattere economico, lavorativo o sentimentale.

La differenza con i 20, per quanto mi riguarda, è proprio qui.
Nei sogni che lasciano strada alla realtà, mi verrebbe da dire;  ma è un po’ forte nella forma e riduttivo come concetto.
Potrei forse definirlo “conoscere ciò che mi aspetta”, se non suonasse arrendevole e presuntuoso al tempo stesso; poco consono, insomma, al mio modo di pensare.

E allora, a prescindere da cosa posso fare, pensare, aspettarmi, ciò che conta è lo spazio in cui muoverò il mio divenire.
Uno spazio che, posso dirlo, è frutto di conquiste giornaliere, di lacrimesanguesorrisi.

In questa dimensione tutta mia, oggi, assaporo il gusto dolceamaro di trovarmi esattamente in mezzo, tra il ragazzo che lascio alle spalle e l’uomo che sto per diventare.

Cambiare e farsi cambiare.

17 Gen

Mi guardo spesso intorno e negli altri. Non lo faccio per curiosità o voyeurismo, quanto per arricchirmi di tutte quelle esperienze che non ho potuto o voluto fare.
Ascolto con estrema attenzione i racconti di storie passate e proiezioni future, analizzo pensieri, aspettative, paure collegate alle une e alle altre.
Perché se vuoi comprendere, o almeno intuire, la direzione che una persona può prendere, non puoi fare a meno di conoscere il suo passato. Il motivo è semplice: chi hai di fronte altro non è che il frutto delle sue esperienze.

Dire quanto influenziamo con le nostre decisioni le esistenze degli altri è impossibile. Una scelta può mettere in discussione, mescolare le carte e l’anima, rendere chiunque “altro”, saccheggiando la persona che era e che nessuno potrà restituire.

Quante volte ho contribuito a un cambiamento? E quanti hanno fatto lo stesso con me?
Riesco a ritrovare, in tutto quello che sono oggi, le svolte, le correzioni, gli stravolgimenti; sarei perfino in grado di ricondurre ogni singolo aspetto del mio carattere al suo artefice.

Sono convinto che, se avessi potuto scegliere le persone della mia vita, non avrei potuto fare meglio di quello che mi è capitato.
Alla soglia dei trenta, non riesco a distogliere il pensiero dalla fortuna che mi circonda, da questo continuo abbraccio amichevole che mi plasma e modella e migliora.
Da tutti quelli che, passato, presente o futuro, rendono sempre meno imperfetta un’intera esistenza.

To Miss. Mancare.

11 Gen

Nonostante io ami follemente la lingua italiana, trovo ci siano parole straniere che riescono ad esprimere un significato in maniera, come dire, compiuta.

In ordine cronologico,  la prima sequenza a catturare la mia attenzione è stata senza dubbio “to-fall -in-love”. Per carità, “innamorarsi” è bellissimo, come suono e come concetto, a maggior ragione se si pensa che all’epoca ero alle prime armi non solo con l’inglese, ma anche con certe sensazioni.
To fall in love, quindi, cadere in amore. Per distrazione, casualità o volo libero che sia. Esprime in ogni caso perfettamente la perdita di controllo, l’antirazionalità, l’instabilità ed il trasporto incondizionato.
Il gerundio “falling”, utilizzato purtroppo con parsimonia, lo rende perfino un percorso, sforzandosi di distinguerlo da una caduta accidentale provocata dallo sgambetto nervoso di qualche ochetta di passaggio.

La scoperta più recente del mio “inglese sentimentale” è invece riferita a quello che non c’è, che manca. Per gli anglosassoni “to miss”; nella forma attiva, in perfetta antitesi con l’espressione italiana, dove sembra quasi essere colpa di chi non c’è (è lui che manca, dannazione!), il che se non altro è in linea con il trend nostrano dello scarica barile.

E invece I miss you.
Sono Io che manco Te.
Dipende anche dalla mia incapacità di sentirti vicino tutte le volte che non ci sei, o durante il tempo che mi passi accanto.
Ed è anche colpa mia se non riesco ad afferrarti, pur provandoci, e non posso certo ingannarmi o far credere che tu riesca a fuggire e nasconderti continuamente da tutti e tutto, pensieri compresi.

Ma avrei, di tanto in tanto, bisogno di quel tuo passo avanti, mentre ti cerco.

Perché mancarsi non è sempre questione di volontà.
A volte, solo di distanze.